Aspetti clinici sottovalutati nelle dipendenze affettive. Dott.ssa Maria Prassede Capozio, psicologa e psicoterapeuta.-ENCICLOPEDICA

Dipendenze affettive

    ASPETTI CLINICI SOTTOVALUTATI NELLE DIPENDENZE AFFETTIVE
 
Ricerca esposta dalla Dott.ssa Maria Prassede Capozio psicologa e psicoterapeuta presso l'albo degli Psicologi di Roma per "i Seminari del Sabato" nel Febbraio 2008.

Un criterio che ci permette di distinguere una dipendenza affettiva o love addiction dal sano sentimento amoroso,  è il tipo di relazione esistente nella coppia.
La relazione di dipendenza è caratterizzata da dolore, insoddisfazione, umiliazione, autodistruttività. E' presente quasi sempre: incompatibilità, mancanza di rispetto, diversità progettuale, ostilità, non condivisione di bisogni e desideri.
E' il contrario dell'amore sano che diviene crescita ed espansione dell'Io, piacere, gioia di vivere ed è in grado di sviluppare intimità, complicità, senso di appartenenza. Perchè allora si resta ancorati al dolore, all'umiliazione e si è incapaci di sottrarsi a storie di questo tipo?
La dipendenza nasce dal rifiuto e se non vi fosse il rifiuto probabilmente finirebbe presto. La voglia di lottare e vincere aumenta quanto più aumenta il dolore e le difficoltà.

La malattia d’amore e la conseguente dipendenza, s’instaura quando cerchiamo di soddisfare i nostri bisogni, in relazioni con individui che non vogliono o non possono soddisfare quei bisogni.

Le aspettative diventano troppo elevate e per niente realistiche rispetto a quello che l’altra persona può dare. Si crea un circolo vizioso: più l’una insegue più l’altro scappa perché ha paura di essere soffocato o vampirizzato. In un rapporto così sbilanciato c’è da parte della dipendente l’ansia e il bisogno di essere rassicurata e ciò la porta ad essere sempre più insistente e pervicace. 

 

I motivi del ritiro dell’amato possono essere diversi:
 

  • L’eccesso di richieste emotive da parte dell’amata (spesso fa paura l’idea che la felicità o l’infelicità di una persona dipenda da noi.)
  • Talvolta il partner è un narcisista che trae piacere dal vedersi amato e si sente rassicurato e appagato dalla conquista e dal riconoscimento delle sue capacità amatorie. Il narciso è un impotente sentimentale che ha bisogno di sedurre per mettere alla prova il proprio potere, il proprio appeal e, quando questo gli riesce, il gioco per lui si esaurisce.
  • In altri casi se il partner è più anziano, finisce con l’autolimitarsi ed autoescludersi dal rapporto perché trova molto impegnativa l’immagine idealizzata che l’amata ha di lui.
  • C’è un altro motivo che fa arretrare il partner più tradizionalista: egli si sente spodestato del classico ruolo di corteggiatore, di colui a cui tocca prendere l’iniziativa. I passi che secondo la tradizione dovrebbe fare lui, vengono compiuti dalla donna.
  • Anche nella donna vi può essere una risposta narcisistica che si esplica col mettere in atto le sue armi di seduzione, ma ella, spesso, per motivi psico-socio-culturali, non si permette di vivere solamente una storia di sesso, cerca un alibi; dà una connotazione amorosa al rapporto e comincia ad essere dipendente riconoscendo all’altro un potere vero o immaginario.

 

Le origini delle dipendenze affettive


Ciò che spinge i dipendenti affettivi a portare avanti la loro battaglia è il bisogno di guarire un’antica ferita e di essere risarciti dei bisogni emotivi non soddisfatti, del rifiuto e dell’umiliazione ricevuti, in un periodo di formazione della personalità. John Bowlby nella teoria dell’”attaccamento”, accettata da molti e contestata da altri illustra il concetto di dipendenza: - Parlare di una persona dipendente tende ad avere carattere dispregiativo: descrivere una persona come attaccata a qualcuno può essere di approvazione. Se la figura materna è presente o si conoscono i suoi spostamenti, il bambino cessa di manifestare il comportamento di attaccamento ed esplora tranquillamente l’ambiente -. È la dinamica che ricorre nelle dipendenze affettive e che si ripresenterà in varie situazioni della vita: più l’amato è assente, poco rassicurante, poco partecipativo, più la dipendente stabilisce un rapporto di attaccamento.

Robin Norwood nota al pubblico soprattutto per “Donne che amano troppo”, evidenzia le caratteristiche personali e familiari di chi soffre di dipendenza: un’infanzia caratterizzata da una sensazione di insicurezza che porta in seguito ad un controllo ossessivo del partner, camuffato da desiderio di aiutare l’altro. Una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto tende a riproporre nella vita di coppia l’atteggiamento vissuto con i genitori per cercare di ottenere quelle risposte affettive, non ottenute prima.

Bieber e Bieber ipotizzano che quando ci sono dipendenze affettive la figura paterna non ha stabilito col figlio un rapporto amorevole o di stima, determinando un’immaturità psicoaffettiva e impedendo così al figlio una buona identificazione. Anche la figura materna iperprottetiva può generare confusione nel figlio che vivrà con ostilità la figura paterna e come accogliente quella materna.

Denis de Rougemont nel suo famoso libro “L’amore e l’occidente” vede la passione che spesso sfocia in dipendenza come tipica della società occidentale in cui la passione viene divinizzata perché permette di evadere dal mondo che non ci piace, promettendoci felicità: - Perché l’uomo dell’occidente vuole subire questa passione che lo ferisce e che la sua ragione condanna appieno? Perché vuole quest’amore in cui esplodere non può significare che il suicidio? -. Egli poi contrappone all’occidente, l’oriente dove il concetto di passione non esiste, ma al contrario persistendo l’usanza del matrimonio combinato rende le coppie più sane e meno problematiche perché l’assenza di idealizzazione porta ad una accettazione migliore della realtà.

Anche Jean Claude Kaufmann in “C’era una volta il principe azzurro”, sostiene che la ricerca passionale sia in fondo la ricerca di una figura che fa evadere dalla noia di una identità troppo stabilizzata.

I sintomi ricorrenti nelle dipendenze affettive sono gli stessi di una sindrome depressiva e spesso le persone si ritrovano con una diagnosi ufficiale di depressione. Ma questa descrizione non è appropriata al malessere che è legato all’innamoramento. Il mal d’amore è stato preso in considerazione sin dall’antichità. Plutarco biografo e filosofo greco, già nel primo secolo d.C. aveva delineato un quadro della malattia d’amore: - Taluni han pensato fosse una rabbia…dunque bisogna perdonare agli innamorati proprio come a dei malati-. Così pure un filone culturale che va dagli stoici sino a kant, considera, l’eccesso di emozioni, un disturbo mentale. Se rileggiamo le vecchie diagnosi di mal d’amore dei secoli scorsi, ci accorgiamo che coincidono quasi perfettamente con una odierna diagnosi di disturbo ossessivo o dell’umore. Ci sono molti aspetti dell’innamoramento simili a un disturbo mentale, modo così fedele che forse non c’è nessuna differenza vera tra l’ossessione per la persona amata e un’ossessione propriamente detta.

 

Sintomi caratteristici delle dipendenze affettive

 

  • Ossessività

Chi soffre di dipendenza alla maniera di chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è incapace di controllare il contenuto della propria mente. L’attenzione è polarizzata verso immagini e pensieri che la volontà non riesce a scacciare. Il pensiero dell’amato è ricorrente in tutti i momenti della giornata. Le energie sono completamente incanalate in quella direzione e quindi i rapporti col resto del mondo sono superficiali o inesistenti. Lo sguardo è fisso al telefono o alla posta elettronica in attesa che lui si faccia vivo. Si tralasciano le attività o si lavora male; gli affetti familiari a cui prima ci si dedicava diventano secondari.

 

  • Compulsività

C’è un bisogno improrogabile e impellente di vedere l’amato che normalmente si sottrae, e di comunicare con lui in ogni modo.

 

  • Anoressia

Le persone innamorate-dipendenti “non hanno tempo” per pensare al cibo e quindi mangiano poco e male, con conseguente calo di peso. 

 

  • Insonnia

C’è uno stato di agitazione e irrequietezza continuo. Il pensiero è sempre in attività, la mente è inquieta ed i pensieri intrusivi rendono difficili il rilassamento e il sonno.

 

  • Ciclotimia

L’amore non ricambiato oscilla fra due stati d’animo: il paradiso e l’inferno. Questa alternanza di umore lo rende simile ad un disturbo bipolare. Spesso l’amato viene visto come un salvatore o come l’isola felice dove è possibile placare l’inquietudine, e può avere la stessa funzione di un farmaco.

 

  • Proiezione

La mitizzazione dell’amato è spesso una proiezione dei proprio bisogni e delle aspettative non soddisfatte. L’innamorata costruisce un’ immagine dell’amato a suo uso e consumo, con tratti fortemente romantici che non corrispondono alla realtà.

 

  • Droga e alcool

Quando si stabilisce un rapporto di dipendenza assoluta, l’innamorata crea con l’amato la stessa dipendenza che si crea con la droga o con l’alcool. Ha bisogno di vederlo spesso, di sentirlo, di parlargli, altrimenti subentra agitazione, malessere, indisponibilità, aggressività o altre dipendenze come fumo ed alcool. Le somiglianze tra mal d’amore e dipendenza da sostanze come droga ed alcool sono molte. Anche i tossicodipendenti e gli alcolisti sono coscienti dell’irrazionalità dei proprio comportamenti ma non riescono a modificarli. Ma c’è anche una similitudine chimica. L’incontro con una persona da cui siamo attratti causa nel cervello il rilascio di feniletilamina, un composto simile all’anfetamina. L’abbandono causa invece un brusco abbassamento del suo livello che assomiglia molto alle crisi di astinenza di un tossico dipendente. Secondo uno studio di Semir Zeki pubblicato su “Neuro report” nel 2000, le aree cerebrali coinvolte nell’innamoramento sono le stesse coinvolte nel consumo di oppiacei e cocaina.

 

  • Ansia ed euforia

C’è una mobilitazione continua di ansia, incapacità di elaborarla, bisogno dell’altro per placarla. Tutto viene vissuto ad un ritmo vertiginoso e sopraggiungono l’euforia e l’ebbrezza quando c’è la possibilità di incontrare l’amato, specie se gli incontri si presentano difficili ed irti di ostacoli.

 

  • Tempo e spazio

C’è una percezione alterata del tempo. Spesso le mie pazienti affermano: - è molto tempo che non lo vedo -. Poi indagando scopro che si tratta di pochi giorni, se non di poche ore. La percezione alterata dello spazio è dovuta soprattutto ad un bisogno morboso di vedere dove vive l’amato, dove lavora, di conoscere bene i luoghi che lui frequenta, non escluso il luogo di provenienza. La vita della persona dipendente si svolge prevalentemente (sia mentalmente che nella realtà) nei luoghi dove avvengono gli incontri amorosi, e il resto del mondo non esiste. Si finisce col frequentare poco gli amici e i parenti e tutti i rapporti interpersonali diventano più faticosi. Subentra talvolta un controllo paranoico sulla vita dell’amato, sui suoi spostamenti, sulle persone che frequenta. Insomma ci si trasforma in nome dell’amore in investigatori privati.

 

  • Felicità o momento del mito di Ermafrodito

Il momento dell’incontro, del possesso, della “fusione” con l’amato è uno degli aspetti preminenti perché è considerato il momento paradisiaco, il tempo della ricomposizione. Come la ninfa Salmacide, che innamorata di Ermafrodito, stava male ogni volta che doveva separarsene, la dipendente non vorrebbe mai che questo momento sublime finisse. Nel mito greco gli dei commossi da tanto amore unirono la ninfa in un solo corpo con Ermafrodito.

 

  • Ambivalenza e insicurezza

E’ tipico delle dipendenze affettive il senso di tristezza che permane anche quando gli amanti hanno modo di frequentarsi. Il dopo è sempre venato di dolore e di sofferenza. L’ambivalenza affettiva si riassume bene nella massima del poeta latino Ovidio: - né con te né senza di te -. “Non posso stare con te” per il dolore, l’umiliazione, l’insoddisfazione e talvolta anche maltrattamenti che ci sono. “ Non posso stare senza di te” perché ci si sente sole e alla deriva.

 

  • Disturbi psicosomatici

L’attivazione emotiva cronica conduce a disturbi psicosomatici e la situazione peggiora quando le emozioni non possono essere espresse. Già la poetessa Saffo nel settimo secolo a.C. descriveva con tratti precisi il tormento fisico presente nella passione: - …perché appena ti guardo non mi riesce di parlare, la lingua si inceppa, subito un fuoco sottile corre sotto la pelle, gli occhi non vedono più, le orecchie rombano…il sudore mi scorre, un tremore mi afferra tutta, sono più verde dell’erba, mi vedo a un passo dall’essere morta -. (frammento 31)

 

  • Fase dello struggimento

Se l’amato è preso dai suoi impegni e non corrisponde al bisogno di rassicurazione, di vicinanza dei corpi, di comunicazione, può subentrare la fase dello struggimento, della smania, della brama. È  una fase simile al delirio in cui tutti i sentimenti sono ingigantiti; vi è un desiderio struggente dell’altro, è difficile applicarsi a qualunque attività e vi sono continue crisi di pianto. È come se tutti i sintomi si componessero insieme in una costellazione. Poiché è difficile trovare pace e tranquillità talvolta si ricorre agli psicofarmaci ma c’è anche il rischio di suicidio.

 

  • Fase del rifiuto e dell’abbandono da parte dell’amato

Quando l’amato, con varie motivazioni e a volte senza fornire spiegazioni pone fine a quel legame così forte, così pieno di richieste e aspettative, per l’innamorata sopraggiunge il periodo più doloroso. Raramente è la persona dipendente a porre fine ad un rapporto così coinvolgente e sofferto, poiché anche se si riesce a capire a livello razionale di vivere una storia a senso unico prevale l’emotività e non la razionalità.

Secondo lo psicologo inglese Frank Tallis l’amore ci ha condannato a sperimentare una malattia mentale perché è un meccanismo di sicurezza messo a punto dall’evoluzione per tutelare la specie dalla nostra stessa razionalità: - Deve essere irrazionale per assicurare la procreazione e quindi la prosecuzione della specie. I nostri bambini nascono molto vulnerabili e deboli e hanno bisogno di continue cure da parte dei genitori. E a differenza di altri animali noi abbiamo un cervello molto sviluppato che ci permette di ribellarci contro i nostri istinti riproduttivi, e rifiutare il duro lavoro di allevare i figli. Potremmo tutti decidere di non avere figli e la specie si estinguerebbe. Invece continuiamo ad averne. Non è un caso che nella maggior parte delle esperienze la fase dell’innamoramento vero e proprio duri circa due o tre anni. La follia d’amore dura quel tanto che basta perché i nostri geni passino alla generazione successiva -.

Quando si prende consapevolezza del male che l’amato ha arrecato, risentimento e rabbia possono tramutarsi anche in odio. Possono divenire più profondi e devastanti quando l’idealizzazione dell’amato cessa e la dipendente ha una personalità disturbata come nel film “Attrazione fatale” in cui la donna rifiutata si vendica con l’amato e con i suoi familiari.

I casi di “stalking”, di partner mollati che poi diventano aguzzini sono in aumento e questo ci dice che accettiamo meno i rifiuti e gli abbandoni. Secondo una ricerca il 20% della popolazione ha subito molestie da ex partner. Melanie Klein ritiene che il rifiuto da parte di un amante fa spesso precipitare gravi depressioni cliniche che portano a tentativi di suicidio e ad ospedalizzazioni in persone che hanno una particolare “sensibilità al rifiuto” e che soffrono di “ansia da separazione”.

Ho notato che persone con disturbi di personalità hanno come stile di vita la dipendenza amorosa. Spesso l’amato è persino all'oscuro dei loro sentimenti ed è molto difficile che cambino modalità di vita se non con un’efficace psicoterapia, in cui ci sia un buon rapporto con lo psicoterapeuta. Parlo di un buon rapporto perché gli stessi psicologi e neurologici vengono visti come salvatori e quindi a rischio di creare rapporti di dipendenza a loro volta.

 

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