Confutazione utilitarismo etico in Max Scheler-ENCICLOPEDICA

Confutazione utilitarismo etico in Max Scheler

Dissertazione sull'utilitarismo etico in Max Scheler dall'opera "Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori"
 
  •  Espressione di lode e biasimo: si usano allo stesso modo nelle stesse circostanze comportamentali con evidente contraddizione.
  • Ambiguità di intendere alcuni comportamenti considerati nel loro aspetto formale ed unilaterale astratti da contesti di relazionalità, ad esempio l'uso di espressioni come essere sventato-essere ardito, essere umile e modesto-essere vile e servile, essere fiero-essere ambizioso o presentuoso.
  • L'oscillazione d'espressione nasce da una soggettività di interesse per la cosa valutata. 
  • Riduzione del contenuto del linguaggio ad una conformità con ciò che è da lodare o da biasimare con conseguente riduzione degli enunciati etico-assiologici in rappresentazione simbolica del gioco degli interessi.
  • Ciò porta il nominalismo etico alle sue assurde conseguenze: infatti i fatti e gli stati di cose sono comprensibili solo grazie ad una teoria obiettivistica dei valori che addirittura postulano come necessaria per la loro intelligibilità.

Scheler nota come gli uomini nascondano i loro personali desideri dietro giudizi di valore. 
E' necesssario qui fare una distinzione:
appartiene alla sfera dell'essenza dei valori morali nella loro autonomia postulare un riconoscimento universale degli atti;
è utile di grande interesse in senso lato lodare e biasimare persone e azioni semplicemente riferendosi all'interesse di chi giudica: ciò può portare ad un fariseismo etico che può essere buono o malvagio se contrasta con i piani di uno o più individui.
Vi è un abuso innocuo dell'autonomia del valore assiologico-morale: si passa dalla percezione e datità dell'oggetto nel quale si coglie il valore ad una rappresentazione proiettata dalla nostra fantasia dell'oggetto, che porta ad una visione autonoma del valore benchè non esistente.
L'ipocrisia e il nascondimento degli appetiti umani non nega quindi una certa indipendenza del bene e della virtù da ogni tipo di compromesso o di interesse.

L'utilitarismo etico nel suo presunto sviluppo trae origine e forza muovendo dunque dagli atti della lode e del rimprovero ma ciò che vale per la fondazione di un utilitarismo su di una base morale non è altrettanto valida per un'assiologia deducibile da un principio utilitaristico.
"Ciò che è morale è utile" non è controvertibile in "ciò che è utile è morale".
L'utilità e il danno possono essere validi termini di riferimento solo se intenzionati all'enfasi o al biasimo che la società può attribuire a certi valori morali che però non costituiscono nella condizione d'esistenza né discriminano  secondo una gerarchia di moralità.
Scheler riconosce però che l'utilitarismo è l'unica teoria corretta della valutazione sociale del bene e del male ma il suo errore intrinseco sta nell'elaborare una teoria del bene e del male in sé invece di limitarsi ad essere una teoria sociale e in particolare "l'enfant terrible" di ogni morale sociale, il segreto che cercano disperatamente di nascondere.


Confutazione di una eticità dipedente da un giudizio morale


Vi è un'altra tendenza che nega l'autonomia dei fenomeni del valore etico: il valore in questione si manifesta nel e mediante il giudizio morale a tal punto da esservi in esso generato.
L'etica allora non sarebbe altro che l'individuazione di leggi e di idee originarie cui i giudizi morali si attengono, è questa la teoria formulata da Adam Smith e ripresa da Herbart e Brentano.

Il nocciolo della questione sta nella erronea separazione degli atti di valutazione da quelli del giudizio: non si darebbe allora la diversità di qualità etico-assiologiche perchè la valutazione di correttezza o scorrettezza sarebbe sempre la stessa e ci si perderebbe in un disordine di attribuzione di valori alla qualità.
"La valutazione di un atto morale non è comunque un atto morale ma un atto di giudizio con un predicato materiale di valore", dunque il giudizio è prioritario e inscindibile dalla valutazione.

Tendenza all'autogiustificazione: nasce dall'equivoco concettuale del rispetto di sé stessi; la volontà pensa di poter emettere su di essa un giudizio favorevole perchè si rappresenta l'immagine di una volontà buona e in questo caso la mia o di chiunque si giudichi con autoriflessione.
Ma l'uomo etico cerca di essere buono nella sua volontà e si angoscia pure della sua immagine di bontà, non agisce per fare in modo di poter arrivare a dire "io sono buono"; il giudizio in sè non forma e non crea nulla secondo la citazione paolina
"i migliori non osino giudicare sè stessi (Corinzi 4,4)".
Ogni giudizio di valore poi è irriducibile ad un giudizio deontologico in quanto il campo d'azione del primo è maggiore del secondo, si pensi a tutti i predicati estetici in riferimenti agli oggetti della natura fisica.
Per ogni etica del dover-essere è impossibile conoscere un'autentico valore della persona e questo vale per ogni altro caso, la persona vale solo come la "X" di un possibile fare che corrisponda ad un obbligo, da qui l'anteriorità dell'apprendimento di un valore per ogni formulazione di giudizio deontologico.

Obbligazione ideale vs. obbligazione per dovere: nella prima il dover-essere è fondato su di un valore in rapporto ad un essere reale e possibile, nella seconda il dover-essere si realizza in riferimento ad un possibile volere che ne debba realizzare il contenuto ancora non esistente.  L'obbligazione ideale si volge verso contenuti esistenti e non-esistenti (es. non deve esserci ingiustizia), l'obbligazione per dovere verso contenuti non-esistenti (es. non devi commettere ingiustizia).
Evidente qui il riferimento all'etica kantiana che come critica Hegel, proprio perchè fondata su di un' obbligazione non entra mai in un effettivo mondo dei valori etici: vi è una trasposizione del contenuto morale ad imperativo, comandamento, norma.
"Non ha perciò alcun senso affermare, a proposito di un valore realizzato, che esso debba essere in conformità ad un dovere".
Ogni norma invece si risolve in un essere dei valori che si costituisce e si dà autonomamente.


Autore D.G.    @Ogni diritto riservato